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Diciamo la nostra / parte 3: manifestazione, uno strumento insostituibile?

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Roma brucia. Non si parla del grande incendio di Nerone del 64 a.C., ma della manifestazione del 15 Ottobre 2011.

Manifestazione che ha letteralmente incendiato parte della città. Con un corteo partito da Piazza della Repubblica, i manifestanti si sono diretti, attraverso via Cavour, verso la zona dei fori e del Colosseo per poi defluire in Piazza s. Giovanni. Non tutti gli organizzatori della manifestazione erano d’accordo sul tracciato del percorso, nei giorni precedenti la tensione era palpabile.


Si dice che era tutto previsto, frange di estremisti avevano preparato il tutto a tavolino: dosi, modi e tempi per scatenare la guerriglia urbana, addirittura punti di raccolta di maschere antigas. Non tutto è andato come volevano i cosiddetti black block, ma forse il tutto è andato pure peggio da come loro lo avevano premeditato. Quando, verso le 15 di Sabato, i violenti si sono accorti che non potevano uscire in direzione di luoghi simbolo delle istituzioni, per via dello
schieramento preventivo dei blindati della polizia, e che era impossibile deviare in massa la manifestazione, per via della pacificità degli altri partecipanti al corteo, hanno aspettato rimanendo coperti all’interno di esso, per poi scatenare un’autentica orda vandala in Piazza San Giovanni, rischiando di coinvolgere nelle cariche della polizia anche i veri Indignados, rimasti schiacciati e impotenti di fronte alla guerriglia di Piazza S. Giovanni. Per fortuna non ci è scappato il morto.

Ci si è chiesti se fosse prevedibile, se fosse evitabile, se fosse possibile isolare i violenti. Raramente ci si è chiesti se la manifestazione fosse veramente indispensabile.
Attenzione, ciò che viene messo in dubbio non è l’opportunità di manifestare le proprie idee o la propria, doverosa, indignazione, ma il modus operandi della manifestazione in sè. Strumento vecchio, addirittura antecedente alla democrazia contemporanea: già Livio ne dà conto nelle sue opere.
Ma oltre ad essere vecchio in senso “anagrafico”, questo strumento è da considerarsi anche obsoleto, va sostituito con uno nuovo?
Sicuramente per rispondere a questa domanda non basterebbero analisi di fior di specialisti, ma in primis colpisce il fatto che quando una manifestazione termina pacificamente, solitamente sui mass media passa inosservata, o al limite, nei TG viene dato conto delle cosiddette “reazioni politiche”, ossia un pastone di opinioni di politici sull’accaduto largamente prevedibili.
Possono fungere da esempio i V-Day di Beppe Grillo del 2007-2008 e le numerose proteste dell’Onda: pochi in TV ne hanno spiegato le rivendicazioni, quasi nessuno, che già non le conosceva, ne è venuto a conoscenza.
Quando una manifestazione si trova in prima pagina è perché qualcosa è andato storto, è successo qualcosa che non doveva succedere. Solitamente devastazioni. Come il corteo del 14 Dicembre 2010, come la manifestazione di Sabato.
E la prima riflessione da fare è che se una manifestazione non centra il suo scopo, ovvero far conoscere a tutti contro quale ingiustizia, o presunta tale, si oppone, è una manifestazione fallita. Se le violenze o altri fattori negativi prendono il sopravvento, le rivendicazioni del corteo passano in secondo piano, ed è come se scomparissero schiacciate dalle polemiche. Questo è quanto è avvenuto Sabato 15
Ottobre con gli Indignati. E purtroppo in Italia, negli ultimi anni, troppe manifestazioni, seppur sacrosante, finiscono in questo modo.
Degli Indignados, nel mondo, ha sfondato il nuovo modo di protestare: a Puerta del Sol, centro di irraggiamento della “Spanish Revolution”, prima sono iniziate le acampadas, poi, diffondendosi a macchia d’olio in tutta Spagna, si è andati avanti con assemblee pubbliche e “comitati di dibattito”. E le proteste sono andate avanti così, con tende ed assemblee, per settimane. A New York davanti a Wall Street e altri luoghi simbolo della crisi, si sono fatti sit-in dove non c’erano organizzatori, pullman e strutture: gli altoparlanti erano costituiti da ragazzi che ripetevano le parole di chi teneva il discorso in quel momento.

Purtroppo, o per fortuna, bisogna prendere atto del funzionamento perverso dei mass media: fa notizia ciò che esula dalla normalità. E oggi, forse a causa di una situazione politica oramai insostenibile, una manifestazione viene considerata normale. Per cui è necessario stupire, sbalordire anche nelle forme di protesta, senza che sia la violenza a far la parte del leone. Un po’ come, per estrema disperazione, fecero gli operai della INNSE di Rubattino nel 2009: non uno sciopero, ma sit-in a oltranza su un carro ponte(nella foto). La vicenda ebbe un esito felice. La necessità aguzza l'ingegno, è grazie all’ingegno che nei momenti di crisi l’uomo riesce a reinventarsi. Non sarà facile, ma per emergere dalle difficoltà occorre reinventarsi, rinnovando anche le più comuni forme di protesta.

Ruggero Barelli

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